Google accusa Uber di averle rubato la tecnologia per la guida senza conducente

By | 26 febbraio 2017

Waymo, la startup di Google per la guida senza conducente, accusa Anthony Levandowski di aver rubato documenti riservati prima di entrare in Uber

 
Self-driving car di Google
Self-driving car di Google

“La tecnologia è mia e l’ho inventata io” “No, è mia, ti sbagli”: non sarà un confronto così, all’acqua di rose, quello tra Google e Uber. O meglio, tra Waymo e Uber. La startup di Alphabet dedicata al progetto di guida autonoma ha citato in giudizio l’azienda di trasporto con l’accusa di aver sottratto informazioni per lo sviluppo di una tecnologia analoga.




La faccenda sarebbe degna di una puntata di “The Good Wife”, ma è realtà: Waymo sostiene è che Anthony Levandowski, un ex di Google, adesso in Uber, avrebbe scaricato impropriamente oltre 14mila documenti riservati (la tecnologia sottratta si chiamerebbe “Lidar”). Presi, portati sul proprio computer, rielaborati e utilizzati come base per presentare una startup dedicata al self-driving dei mezzi pesanti, chiamata Otto. Otto è stata acquistata in agosto da Uber, e Levandowski messo incaricato di occuparsi del comparto.

La causa è stata presentata in California (Northern District) e denuncia Uber per violazione del brevetto, del Defense of Trade Secrets Act e del California Uniform Trade Secret Act.

Waymo ha messo tutto nero su bianco in una nota su Medium, mentre Uber, riporta Wired US, prende le accuse molto seriamente ed esaminerà la questione con attenzione.

Waymo e Uber sono tra i più agguerriti protagonisti della corsa alla guida senza conducente: la prima, all’inizio conosciuta come il Self-Driving Car Project di Google, ha lavorato alla tecnologia da quasi dieci anni, con oltre 2 milioni di miglia di test su strada.

A dicembre, è stata lanciata come azienda a sé stante con l’obiettivo di portare la propria tecnologia sul mercato.

 

Gli sforzi di Uber sono di più recente natura, ma si muovono con una certa rapidità. La causa potrebbe cambiare le carte in tavola

fonte:www.wired.it